Monday, 15 September 2008

Declaration of wordipendence

The web often requires its users to provide a massive amount of pictures, videos and multimedia. Blogs are a region of the web where people can find one of the highest concentration of such materials. Well, I hope to avoid this habit just giving more space to words: I don't think a verbal code should be better, more communicative than an iconic one; nevertheless, I see a certain aphasy rising up, disguised under the name of “multimediality”. Far from being a revolt, this blog is simply a bet, the bet to give words their value back.
My apologies to all who are seeking a pixel showroom: I am afraid they have to content themselves with some old, good words... c'est la règle.

Thursday, 7 August 2008

Seconda risposta all'Anonimo

Ecco ciò che ci scrive l'Anonimo in risposta all'articolo precedente:

Ti ringrazio per la precisazione; evidentemente avevo frainteso. Permettimi tuttavia un´altra piccola osservazione, forse un po´ pedante. Hai giustamente ricordato gli importanti risultati di Gödel in relazione a coerenza e completezza di una "teoria". Mi accingo a chiarire le virgolette. Ammiro molto il teorema di incompletezza e come te, credo, sono molto sensibili alle profonde suggestioni che questo risultato logico-matematico e´ in grado di suscitare. Tuttavia le "teorie" alle quali e´ possibile applicare legittimamente il teorema di incompletezza sono qualcosa di molto tecnico, difficilmente identificabile con un qualunque insieme di proposizioni di una scienza (empirica o meno). Si tratta di sistemi formali, i quali devono soddisfare diverse condizioni di adeguatezza: in primo luogo, devono essere assiomatizzabili; in secondo luogo, devono essere sufficientemente potenti da rappresentare (e la stessa nozione di rappresentazione e´ quantomai tecnica) la propria sintassi, cioè di poter rappresentare tutte le funzioni ricorsive. Non a caso il sistema sul quale la dimostrazione gödeliana e´ condotta e´ un sistema formale in grado di rappresentare l´aritmetica, di fatto assiomatizzata da Peano nel 1899, se la memoria non mi inganna. Ammetto che la mia conoscenza della linguistica e´ pressoche´ nulla, ma immagino che non si tratti di una teoria assiomatizzabile che contenga teoremi ottenuti applicando agli assiomi alcune regole d´inferenza rigorosamente specificate. Parlerei di "incompletezza" di una teoria soltanto per analogia, a meno che non si tratti, ovviamente, dell´aritmetica di Peano o di una sua estensione che ne conservi gli assiomi... Ma forse ho frainteso anche questa volta e il mio commento e´ risultato superfluo e anche un po´ noioso.

Non si tratta di un commento pedante, anzi è del tutto legittimo. Come l'Anonimo ha già intuito, parlavo di "incompletezza" in senso analogico-suggestivo: guardavo più al significato intellettuale del teorema di Gödel, al suo significato, diciamo, extra-matematico. In fondo, io non sono certo un matematico e le mie conoscenze in materia sono veramente scarse, anzi pressoché nulle. Cionondimeno mi piace saccheggiare di quando in quando il campo altrui per ricavarne esempi e suggestioni, appunto.
Per quanto riguarda l'assiomaticità della linguistica posso confermare il pensiero dell'Anonimo: di assiomatico v'è ben poco, e benché ci siano stati tentativi, e tuttora ve ne siano, di elaborare modelli estremamente formali del linguaggio naturale, la distanza che li separa dall'assiomaticità è enorme. Tale caratteristica è dovuta non tanto alla "giovinezza" scientifica della linguistica, quanto piuttosto all'intrinseca natura del linguaggio naturale, soprattutto se se ne considera l'ineliminabile ambiguità e ricchezza semantica, entrambe irriducibili ad una esplicita formulazione o, peggio, quantificazione; credo che tali caratteristiche siano necessarie e sufficienti a mostrare come sia la complessità segnica del linguaggio naturale stesso a rendere impossibile una sua assiomatizzazione. E quand'anche si rinunci al tentativo, non minori difficoltà pone la gestione di più semplici modelli formali non assiomatici. Tra i modelli più altamente formalizzati si possono rinvenire quelli computazionali; e tra questi scelgo un esempio per tutti: la traduzione automatica, forse il primo e più studiato problema da quando si provò ad applicare il calcolatore all'analisi linguistica; infatti, ciò che rende disperante il processare in maniera soddisfacente anche una sola brevissima stringa di linguaggio naturale è l'impossibilità di programmare un calcolatore affinché riconosca ambiguità e sfumature semantiche, le quali non sono certo rilevabili da un'analisi dell'esteriorità dell'enunciato. Eppure è proprio il non detto a convogliarne la maggior parte del significato. Se l'uomo dispone di un sistema cognitivo e di convenzioni sociali adatte alla decodifica del “non detto”, altrettanto non si dà per un calcolatore: l'ambiguità, per essergli riconoscibile, deve venire esplicitata. Esplicitata perché le macchine sono in grado, per definizione, di operare solo su linguaggi non ambigui; ma a questo punto si ridurrebbe l'ambiguità al suo esatto contrario, ad un algoritmo; ed è una cosa, questa, contraddittoria e probabilmente irrealizzabile.
Tornando al centro della discussione e concludendo: Gödel è stato citato probabilmente a sproposito, ma non avevo intenzione alcuna di confondere linguistica e matematica; semplicemente, si trattava di una suggestione che intendeva citare lo studioso più come simbolo di un "atteggiamento", diciamo così, che non di un preciso riferimento alla sua attività specifica di matematico.

Sperando di risentirlo presto, ringrazio l'Anonimo per la precisazione.

Tuesday, 5 August 2008

Risposta all'Anonimo

Riporto il commento relativo al mio articolo “La linguistica e il buco della serratura” del 22 luglio 2008:

L'idea di introdurre nella ricerca scientifica un punto di vista trascendentale è sicuramente apprezzabile. Quello che forse suscita qualche perplessità è il tentativo di scorgere nella linguistica una prospettiva che sia in grado di svolgere il ruolo di un'autentica istanza trascendentale. Non dimentichiamo che la linguistica è, come giustamente hai sottolineato, proprio una disciplina concretamente determinata, nel suo operare zetetico, da una metodologia più o meno canonizzata. In quanto tale, il discorso scientifico della linguistica (ma si potrebbe dire di qualsiasi scienza empirica) presuppone una riflessione di carattere extra-metodologico che trascende inevitabilmente gli orizzonti e i limiti di qualsiasi disciplina particolare. Insomma, è l'annoso problema del rapporto tra condizioni trascendentali di possibilità e condizionato; tra trascendentale ed empirico. Una problematica di questo tipo può trovare un abbozzo di soluzione soltanto attraverso un punto di vista che è già filosofico e non più legato al procedere delle scienze positive. L'alternativa è tra l'enciclopedismo dialettico di ascendenza hegeliana e una fondazione ermeneutica che del resto non sarebbe priva di problemi.


Innanzi tutto ringrazio l'Anonimo per il commento, pratica sempre gradita perché dimostra che si suscita interesse per ciò che si scrive. Mi piacerebbe precisare un punto toccato dall'Anonimo commentatore (quale sarà il suo nome?); ovvero, quando egli (o ella, chissà?) scrive “quello che suscita perplessità è il tentativo di scorgere nella linguistica una prospettiva che sia in grado di svolgere il ruolo di un'autentica istanza trascendentale.” Forse mi ha fatto difetto la chiarezza, ma non è certo mia intenzione attribuire alla linguistica alcunché di trascendentale; anzi, temo che scorgere in una scienza empirica, sia essa la linguistica o qualsiasi altra, un tale ruolo costituisca una scelta irta di rischi e difficoltà, patite a suo tempo da innumerevoli pensatori. Sono consapevole che aver scritto “scrutare l'orizzonte per intero “ o “che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio” può far pensare che io sia un sostenitore, per altro smaccatamente partigiano, della linguistica come regina delle scienze e del pensiero. A questo punto avrei dovuto almeno giustificare una tale affermazione offrendo i motivi per cui dovrebbe essere proprio la linguistica a coprire questo ruolo e non, poniamo, la fisica o l'archeologia od altro ancora. In realtà la mia proposta era decisamente più modesta e certo gnoseologicamente meno impegnativa, perché in fin dei conti non proponevo che una metafora, un artifizio retorico. Il “Tutto unitario”, in questo contesto, era inteso come una sorta di immagine evocativa, piuttosto che come ente accessibile al pensiero. In altre parole, mi auguro un cambiamento dell'atteggiamento, questo sì, della linguistica e delle varie scienze empiriche; impostare una dialettica trascendentale sulla base della linguistica mi pare assurdo, impostare una dialettica trascendentale tout court mi pare arduo e decisamente fuori moda, quantunque la moda sia l'ultimo dei miei pensieri; anche credere nell'esistenza di una somma coerenza e completezza di una singola scienza è cosa che da qualche decennio riesce insostenibile, per lo meno a partire dall'insegnamento di Gödel; avere invece un atteggiamento diverso, meno miope, aperto alla ricchezza delle cose del mondo, credo sia altamente auspicabile, tanto più se tale atteggiamento non implica in maniera necessaria il fardello metafisico di cui tutta la tradizione del Novecento ha voluto liberarsi. Forse la mia può apparire una richiesta banale, e non nego che lo sia realmente, eppure la mia quotidiana esperienza mi mostra che l'esercizio di questa banalità è tristemente negletto.

Anonimi saluti.

Tuesday, 22 July 2008

La linguistica e il buco della serratura

La linguistica, come per altro tutte le scienze, può riuscire estremamente esclusiva. Esclusiva perché accessibile, ad un certo livello, solo a pochi; ma esclusiva anche perché (e questo invece un po' a tutti i livelli) limitantesi a sé stessa. Autoreferenziale, essa scova nuovi problemi guardandosi in uno specchio; col passare del tempo si accumulano conoscenze, si raffinano i metodi, eppure ciò che si produce è troppo spesso un mero autoritratto. A forza di guardare nello specchio si è finiti col credere che sia esso il mondo, che ciò che si trova al di là di una cornice-recinto più o meno ampia sia null'altro che il caos extralinguistico di cui la linguistica non dovrebbe curarsi. Perché mai? Canonica risposta: la linguistica deve occuparsi di problemi linguistici, pena la debolezza metodologica, pena la scarsa specializzazione, pena... Come dar contro a simili affermazioni? Indubbiamente sono vere, dopo tutto la linguistica è la linguistica e non un'altra scienza: ad altri l'onere di preoccuparsi della struttura della psiche o della materia. Eppure credo che sfugga una sottigliezza (in realtà non troppo sottile). La linguistica non solo deve mettere in in discussione i propri metodi, deve innanzi tutto mettere in discussione sé stessa, le ragioni e le possibilità stesse della sua esistenza; e questo, mi pare, viene fatto di rado.
Propongo una metafora: la linguistica dovrebbe essere un buco della serratura da cui spiare le cose del mondo, tutte. E così dovrebbe essere per ogni scienza. In fondo, il buco della serratura è uno spiraglio da cui osservare la realtà; è un punto di vista, più semplicemente. Ma è un punto di vista globale: per quanto piccolo e limitato, attraverso di esso occorre scrutare l'orizzonte per intero. Fuor di metafora, sarebbe bello se si riuscisse ausperare il vizio di fondo della scienza contemporanea, ovvero l'idea che sia possibile separare la realtà, dividerla in pezzettini sui quali operare esperimenti e dunque, così facendo, dominarla. Mi si perdoni l'eresia, non sono un fisico ma un linguista e dunque posso forse permettermi di dire certe cose senza troppa colpa, ma per me la realtà non funziona affatto in una tale maniera. Io sono convinto che ci sia un Tutto da comprendere, sia che lo si faccia attraverso il linguaggio, che attraverso la fisica o altro, e che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio.

Tuesday, 20 May 2008

Gemination in far south-east Piedmontese

There is a narrow area lying in far south-east Piedmont called Fraschetta, close to the limits of Piedmontese language area, non yet sufficiently studied, if not at all. It presents some really interesting feautures: one of them is consonant gemination. Gallo-italic dialect having gemination in their consonant sistem are considerably rare and, as far as I know, in none of them gemination is distinctive except in that of a small Swiss village, Soglio in Val Bregaglia, Graubünden. The dialect of Fraschetta it's likely to present a phonology where consonant lenght is not distinctive, but I don't dare say anything “official”, as I'm not writing on the results of a research. My studies until now are based on a little oral and written corpus and on my personal knowledge, being the Fraschetta variety my second native language. Gemination, together with other phonological changes, occurs in stress context. For instance (please note that the first vocal in the right coloumn is the clitic pronoun):



fyˈma eˈfømːa

to smoke he smokes


znja uˈzneijːa

to drown he drowns


tuˈka uˈtokːa

to touch he touches


suˈna iˈsoŋːnu

to sound they sounds



I do not have examples where gemination is not predictive; in fact, it occurs only within stressed syllables. However, let's see this couple:



*VOLIA(M)> voja *ILLE VŎCITAT> eˈvojːa

wish, desire pour off ǃ (imperat. 2nd sing.)



The example above is, for now, the only I could find presenting opposition. Two points, however, rise up to attention: first, a single case is a too scarse element to build on it further conclusions; second, [voja] could be a recent lexical borrowing from Italian, since there in Fraschetta other “native” expressions for the same meaning are available, such as [qʷəjːa], although with little semantic difference. That means it could be a casual and recent opposition, not affecting the deep phonological structure. At the moment, I am not sure neither about the borrowing nor about the originality of the word. Considering that also a general rule of gemination is still missing, a research is strongly required.

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Tuesday, 29 April 2008

I Sermoni Subalpini: un annuncio

Ho deciso di occuparmi dei Sermoni Subalpini. L'idea giunge da lontano. Già da tempo andavo infatti riflettendo sull'opportunità di dedicarmi, un giorno, allo studio di questo documento. Le ragioni sono molteplici e non così facilmente esprimibili. Inizio da quelle di pura accademia solo per precisare come di siffatte non ve ne siano, perché si tratta bensì si ragioni alquanto profonde, emotive se così posso dire. Giungono da lontano, dicevo; infatti, ho sempre avvertito la presenza forte di un dovere da compiere nei confronti di una cultura, e della lingua che ne è primaria espressione, a cui sento di appartenere. Il suo doloroso e inevitabile diluirsi nella marea della contemporaneità è ciò che mi pungola ed è dunque questa la fondamentale ragione del dovere che avverto. I Sermoni Subalpini sono la prima testimonianza scritta di volgare in Piemonte, costituiscono il primo monumento con cui una lingua nuova affiora alla superficie della storia, e appunto di essi voglio occuparmi, ora che la stessa lingua volge al tramonto. Molto probabilmente il patrimonio linguistico del Piemonte e di gran parte di altre regioni del mondo è destinato ad esaurirsi in tempi brevi. Non faccio mistero di un sogno, ovvero quello di poter fare qualcosa di concretamente efficace per la salvaguardia della lingua della mia patria, affinché il suo uso vivo non si perda ma anzi si rafforzi e si arricchisca nel tempo. È tuttavia un sogno e ne sono consapevole. Forse non resta che una cosa ultima da fare, triste per certi versi, benché mi riempia di gioia; non resta cioè che offrire il proprio contributo alla conservazione, almeno, di una memoria. Poche, pochissime cose sono fatte per durare in eterno, non si può pretendere l'indefinita permanenza di ciò che prima o poi è votato alla scomparsa. Quante sono le lingue, le culture, gli uomini che ci hanno lasciato appena un frammentario ricordo, se non proprio alcunché della loro presenza? Con un poco di tristezza, ripeto, vedo giungere la fine da un orizzonte tremendamente prossimo. Sento perciò il dovere di difendere questo mio piccolo mondo di affetti, del quale ho avuto in sorte di assistere agli ultimi momenti di vita, da un naufragio senza appello, voglio dare insomma il mio contributo alla costruzione di una doverosa memoria storica attraverso sia la serietà dello studioso che la malinconica passione di chi si trova avviluppato in un difficile e doloroso trapasso. Doloroso? Io, data la mia giovane età, dovrei restare al di qua della linea, dovrei essere un portabandiera e non un naufrago del tempo. In effetti non posso che considerarmi tale, sono nato e cresciuto in un'epoca diversissima da quella a cui voltiamo ora le spalle. Spero solo che il rimanere al di qua della linea non comporti un facile oblio, mio ed altrui, e sì, questo sì, doloroso. Ecco qual è il senso, per me, dei Sermoni Subalpini. Essi sono alle origini linguistiche del Piemonte ed è appunto a queste origini che voglio attingere quali fonte a suo tempo viva. Vorrei penetrare la distanza che la storia oppone ad ogni scavo ermeneutico. Vorrei riuscire a cogliere, flagranti, guizzi di vita distanti di secoli. Dio mi guardi dall'erigere un cenotafio, non posseggo alcuna intenzione funeraria, perché mio unico scopo è bensì quello di riconsegnare una lingua alla vita, sia pur essa la vita della sola memoria. Allo stesso modo, lungi da me ogni velleità di strumentalizzazione politica ed ogni corrivo sentimento di rivalsa nello stile della più insulsa Heimatkunst. Questo allora il mio annuncio: studiare la lingua dei Sermoni per avere una prima base da cui procedere con lo studio delle parlate antiche e moderne del Piemonte, redigere concordanze, glossari, grammatiche e quant'altro possa giovare a preservarne un onesto e vivo ricordo.
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